Magnum days e l'ossessione di Alex Majoli

Magnum days e l’ossessione di Alex Majoli

Mercoledì 18 gennaio, presso il circolo dei lettori di via Bogino 9, si è tenuto il primo dei quattro appuntamenti dei Magmum days di Torino. Questo appuntamento consisteva in una tavola rotonda su alcuni temi potenzialmente interessanti: il dialogo tra fotografo e committente, le possibilità di libertà creativa del fotografo, il suo ruolo sociale e civile e la formazione di archivi per la memoria.
I partecipanti alla discussione erano tutti personaggi di spicco: dal Direttore de la Stampa Mario Calabresi, al direttore di Contrasto Roberto Koch, dal curatore Walter Guadagnini al fotografo di Magnum Alex Majoli.
Calabresi, Koch, Guadagnini si sono lanciati in una lunga dissertazione sugli argomenti della discussione, senza però, a parer mio, aggiungere nulla a quanto un qualunque appassionato od appartenente al mondo della fotografia già non sappia. Unica eccezione è stata Alex Majoli, che umilmente ha affermato di non saper cosa dire e di non poter aggiungere nulla di rilevante alla discussione, ma che rispondendo ad una domanda del pubblico ha fornito un interessante spunto di riflessione.
La persona del pubblico chiedeva quali erano i criteri in base ai quali venivano scelti i portfolio che venivano presentati dagli aspiranti fotografi Magnum. Dopo un attimo di riflessione Majoli rispondeva “L’ossessione”. Se riusciva a percepire l’ossessione del fotografo nel portare avanti i propri progetti allora questa era una variabile determinante nella scelta, più dell’occhio o della capacità di ottenere “buone” fotografie.
L’ossessione è infatti presente in molti dei più grandi fotografi della storia. Penso ad esempio ad Atget e all’incredibile collezione di immagini di Parigi che ha raccolto. Oppure i ritratti di Sander che descrivono i caratteri del popolo tedesco. I coniugi Becher che collezionano immagini di residui industriali o i ritratti dei freaks della Arbus. In tutti questi casi si percepisce una profonda “ossessione” per il proprio lavoro. E questa ossessione forse è una delle strade che portano alla grandezza, ma in qualche caso anche alla pazzia.

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